Antologia critica

Franco Cajani

Tratto da "Il Cittadino", 26 febbraio 1974.

La giovane matricola di Architettura Alessandro Savelli si presenta alla Galleria S. Rocco di Seregno, in una nuova e giovanile mostra personale.
Siamo di fronte ad una rassegna interessante soprattutto per i germi che l'hanno prodotta e per il fatto che la pittura di questo giovane risente di una esigenza della nostra epoca, senza fatui atteggiamenti snob nei confronti della pittura del passato. Le sue tele sono degli aggregati di momenti poetici. La carenza di alcuni fondi che vogliono indicare con sicurezza e caparbietà la validità del supporto di juta. Il linguaggio tagliente, anche se disteso e fervido, raggiunge un equilibrio dinamico che è destinato al fruitore e senza pretese di avanguardia e di adeguamenti forzati alla moda, rende visibile con pochi segni lo squallore, l'ipocrisia, la mediocrità che caratterizzano la nostra società consumistica.

Claudio Spadoni

Tratto da "Il resto del Carlino", Cronaca di Ravenna, 26 novembre 1976.

Alla galleria "Il Coccio" personale di un giovanissimo milanese, Alessandro Savelli, giunto a Ravenna fors'anche in omaggio ad una radice ravennate della sua famiglia.
Diciamo subito che è un ragazzo da seguire ed incoraggiare, ancora immerso com'è in quella fase sempre difficile e del resto inevitabile, di chiarificazione e di presa di coscienza del proprio operare, E' evidente che si muove in direzione di una gestualità che si fa strada pur fra certe concessioni coloristiche, non sempre rigorosamente impostate e che anzi spengono a volte l'autonoma bellezza del segno; tant'è vero che risultano molto più essenziali e compiute, le prove grafiche, veramente interessanti (fra l'altro, sono copie uniche), anche se si avverte subito la derivazione da una certa area operativa, quella, per intenderci, di un Vedova, un Hartung e forse ancor più, di uno Scanavino.
Ma le suggestioni per questi artisti, pensiamo siano già qualificanti per un giovane praticamente agli esordi: importante che ne sia (come lo è) consapevole e sappia quindi, col tempo, sganciarsi da strade già battute, per imboccarne una propria, che lo porti magari (viste certe sue propensioni) al superamento del tradizionale quadro; per una più libera e spontanea presa di possesso o esplorazione di uno spazio non più chiuso, restrittivamente, in ossequio ai dettami della tradizione.

Pier Luigi Senna

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Palazzo del Broletto, Novara, 1977

Sottrarsi alla suggestione delle tele di Savelli, se non impossibile, è perlomeno assai arduo, tanto intenso è il fascino esercitato dalle sue vive alchimie di colore, palpitanti, ricche di movimento interno. Nel suo astrattismo è un profondo senso di magico, che deriva non da facili effetti di mestiere, bensì da un penetrante lirismo e da un sapiente equilibrio dinamico. C'è equilibrio a livello d'insieme, nei rapporti tra le zonature accostate con rara perizia e al loro stesso interno, ove tutto è animato, fremente. Il brusìo, il sussurro, il bisbiglio dei particolari s'intrecciano tra loro, confluiscono nel canto delle campiture, finché il tutto esplode in un corale possente, che ci coinvolge e si dilata verso un orizzonte cosmico.
Savelli opera un'ampia sintesi. La tradizione naturalistica, così ricca e sentita soprattutto in terra lombarda, venne rivisitata, quasi rigenerata, dall'informale, quell'informale in cui erano armonicamente confluiti due grandi filoni, per tanti versi opposti: impressionismo ed espressionismo. Non senza forzature si può affermare che Savelli integra una sorta di personale informalismo naturalistico con una componente di contenuta gestualità.
Dalla partecipante ascoltazione della natura egli trae gli spunti creativi: il suo astrattismo non è rifiuto della realtà, ma costruzione mentale, sviluppo rigoroso di un'idea, un'intuizione, un'osservazione scaturite dalla realtà. E' questo processo - sinergico e sinestetico, perché visivo e musicale, poetico e matematico insieme - non è meramente di analisi descrittiva o di evocazione: in quella realtà di secondo grado ch'è la tela dipinta Savelli opera l'intervento gestuale. Non un gesto di negazione, istruttivo: è, il suo, un intervento in armonia. E' l'intervento dell'uomo "nella natura", anziché "su" o "contro" di essa: il gesto è di adesione, è un atto d'amore.
Ci troviamo di fronte a un giovane saggio? Probabilmente si. Per certo, davanti a un vero pittore.

Daniele Brombin

Tratto da " Gazzetta di Modena", 1980

... Savelli è consapevole del fatto che i sentieri dell'arte sono solitari e, senza patemi d'animo, in compagnia di sé stesso, giorno per giorno avanzando medita e scopre i lineamenti di una sua intima immagine, quella fisionomia individuale che è la meta prefissa al suo andare e verso la quale muove passi sicuri. Egli già ha cominciato a comporla nei suoi lavori che del reale naturalistico portano solo un riflesso - vaghi frammenti di memoria visiva - e che soprattutto rivelano i tratti del soggetto percipiente la realtà. A terra e cielo fanno riferimento i titoli delle sue opere, gli elementi concreti del teatro della vita, ma quel che in effetti la sua pittura evoca sono le movenze del suo spirito al loro contatto.
Savelli non porge un'interpretazione lirica di oggetti in natura, al contrario ne disintegra la forma, e ricompone la materia sì da dare corpo coerente ai suoi diversi momenti di tensione esistenziale.
Sui supporti, di cui sfrutta a volte il valore monocromo della trama di iuta, a tecnica mista determina materiche forme semplici, ponendole in un dosato rapporto cromatico fra loro e con un numero di puntualizzazioni - un segno, un tocco di pennello, o altro - che emergono dalle superfici più ampie.
A dispetto degli scarsi suggerimenti oggettivi, ogni elemento che compare sulla tela risulta organizzato secondo una salda struttura in una immagine complessiva di elegante equilibrio. Questo esito formale presuppone una preparazione accurata all'uso dello strumento tecnico ed un gusto coltivato e ben educato, ma evidenzia soprattutto una dote che Savelli ha e che non può essere acquisita, quella "passione" cui egli stesso accenna e che egli attentamente si adopera a che non rimanga solo tale.

Pieraldo Marasi

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Galleria "L'Angolo", Piacenza, 1982.

I cieli di Alessandro Savelli sono fatalmente attraversati da un brivido bizantino. Scaglie e trame d'oro, lunghe bave d'argento, aprono ferite luminose dentro un nero morbido e solenne, nel grumo appena concitato degli azzurri, nei tramonti che sembra stiano crepitando. La voglia di dipingere l'aria, una memoria di spazio e di nuvole.
Architetto, Savelli effettivamente organizza gli spazi secondo rigorosi ritmi interni e cadenze, ma lascia alla pittura farsi segno, tracciare mappe celesti lune, nuvole, paesaggi in una velatura di sogno. Pittore col suo mestiere ben acquisito e le sue regole senza segreti, cede "Spudoratamente" all'antico assedio dei sentimenti, della passione ... La dolce ostinazione di essere "pittore d'anima" e di cieli impalpabili, conservando intatti gli strumenti del mestiere in cui crede, anche se detta a mezza voce è il sintomo netto che Savelli ha iniziato, un non facile percorso innovativo. Ma con salde radici ... Dentro queste tele non c'è solo l'abbandono ad una accattivante armonia, ma pure il trasalimento per non goderne fino in fondo, per diffidare del suo miele.
E' molto probabile che Savelli lo sappia vivere questo trasalimento, cavandone fuori un maggior rischio. La sua piccola, credibile "avanguardia", con un talento così evidente e in qualche quadro perentorio.

Miklos N. Varga

Tratto da catalogo mostra personale "Metamorfosi di paesaggio", Circolo Culturale "Pro Desio", Desio, 1987.

La pittura di Alessandro Savelli, proprio in merito al rapporto uomo-natura: l'imprescindibile binomio referenziale dell'arte, intesa come "rappresentazione" di immagini in costante evoluzione, fra continuità e discontinuità a seconda dei periodi storici. Ecco, è in questo presente dalle contraddizioni "ermeneutiche" più volubili, in senso mondano, e anche più banalmente subordinate al consumo multimediale, che possiamo cogliere la fragranza pulsionale di un approccio alla natura attraverso la pittura. Pittura-natura, si direbbe, in quanto "metamorfosi di paesaggio" che nell'ottica emozionale di Savelli coincide con la sincronicità del sentire nel vedere per vivere il farsi e il disfarsi delle "cose", quasi a sequenze stagionali, nel caleidoscopico rituale visivo degli accadimenti: forme, segni, colori. Intreccio e viluppo di materia vivente che il pittore gestisce e rielabora, specularmente, in simbiosi con l'impalpabile sostanza dei sogni e l'imperscrutabile magma immaginario. La natura umana, primigenia, che disvela i "paesaggi interiori" dell'essere, appunto, intrinseco alla natura.
... Una pittura passionale, dunque, che si offre alla passionalità "con-vivente" del nostro immaginario in armonia con le "pro-vocazioni" della natura ...

Riccardo Barletta

Tratto da "Terzoocchio" N. 46, Febbraio 1988.

... Alessandro Savelli, giovanissimo pittore con studi di architettura, deve essersi inconsciamente domandato che cosa sia questa realtà che, a sua volta, coincide con una caterva di trattile materia.
Ebbene, i suoi dipinti degli ultimi due o tre anni ci possono dare un'idea delle vibrazioni che egli sente dentro, volendo far luce da uomo di oggi sulla nozione vera di materia. Dai titoli "Il giardino di Demian", "Notte antica", "Il mare di notte", "Paesaggio del cuore" si apprende come Savelli delinea dei luoghi, dei paesaggi emozionale ... Il lavoro di Savelli mostra già da ora una preferenza spiccata per l'indefinito, per il cangiante, laddove la materia è vista come continua invenzione, una materia intesa come uno stato indeterminato che comprende sia il fisico, che lo psichico, che il metafisico. In questa pittura il lato più accattivante è nella scelta dei colori, che ricordano un'aura mitteleuropea, per i timbri sottili e acuti, dissonanti e vivi. Certamente il lavoro di Savelli si sta sviluppando sul crinale, strettissimo, tra la figurazione e l'astrazione, senza privilegiare nessuna delle due ...

Camillo Ravasi

Tratto da catalogo mostra personale " Tessitore di illusioni", Galleria "Fluxia", Chiavari, 1988.

... Basta allora che uno spunto agiti il suo cuore, percuota con una verità o una falsità i nervi dell'esperienza ed eccolo avviato con una sintassi coloristica ad istituire gli spazi, i punti di interesse e le evidenze, lungo una partitura naturalistica, che è polo attrattivo nel quale si riconosce sia la sua affezione esistenziale che il luogo del suo immaginario e, dunque, dove è salvaguardata l'umanità del cuore ... Il naturale connubio, altresì di natura e cultura (cioè proprio dei due principali reagenti del processo creativo del pittore desiano), esalta il "fantastico" di questa pittura, ottenuto attraverso una traslazione dei segni dal campo naturale a quello coloristico son recuperati e identificati nella loro precipua valenza tonale ... per approdare dentro al concetto di "funzionalità pittorica" ... Basta avere una tragica poetica che attraversi lo spazio come linea di matita e un pittore pronto a protestare la dignità di questa situazione con un profluvio di colori.

Laura di Pierro

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Galleria "Artespaziodieci", Bologna, Aprile 1989.

La ricerca pittorica di Alessandro Savelli nasce da un rapporto progestuale tra naturalismo ed astrazione, sul quale si innestano suggestioni estetico - culturali fin du siècle, mediate da una consapevolezza e da una sensibilità tipicamente contemporanee. In tal senso l'artista si situa nella più ampia dialettica di soggetto/oggetto, coscienza individuale, su cui si è esercitata tutta la vicenda artistica del nostro secolo, tesa a rinvenire, se possibile forme altre e modi altri di conoscenza e rappresentazione. In particolare, nell'incontro-sintesi delle due categorie, l'una esterna, oggettivamente data o ipotizzata, l'altra intima, personale ed individuale, Savelli sembra indulgere ad una visione di incoercibile lirismo, nella quale l'intervento ottico-emotivo dell'autore incessantemente trasforma il linguaggio pittorico in linguaggio musicale, il segno in nota, il colore in un andirivieni di pause e accordi, di toccate e fughe, di preludi e di silenzi. ... Il colore si scompone e ricompone continuamente secondo accordi che variano di opera in opera: dai toni più grevi e chiusi delle tele del decennio precedente alle luminosità e preziosità delle più recenti ... dove la brillantezza e matericità degli smalti, che combinandosi agli olii, trascrivono tutta la esuberante sensualità, tattile e ottica, del colore, sentito come materia oltre che come forma.

Angelo Andreotti

Tratto da catalogo mostra personale " Arie Sommerse", Galleria "Il Chiostro", Saronno, 1990

L'opera di Alessandro Savelli si pone in equilibrio tra la "vita astratta" e la "vita concreta": non sa rinunciare al dato naturalistico, che gli resta addosso ancorandone l'esuberanza emotiva altrimenti dispersa in impetuosi e psichedelici colorismi, pur desiderando con questa sua figurazione di perdere i connotati realistici per mostrare invece la sensazione, lo stato d'animo di cui il suggerimento oggettivo è solo il coagulo visivo.
... Nascono in tal modo paesaggi e giardini trasfigurati in una atmosfera liquida che rallenta quasi, nel flusso di pigre correnti, i movimenti delle forme proiettandole spesso in una dimensione onirica, dove lo sguardo trasognato ha modo di inventarsi uno spazio da abitare ...

Maria Grazia Recanati

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Galleria "La Meridiana", Agrate Brianza, 1992.

... Ho pensato subito, dal mio primo incontro con la pittura di Savelli, di trovarmi di fronte ad un vero poeta e non posso invocare ora altra parola, che meglio riassuma il grumo di sensazioni sgorganti dall'opera dell'artista, non altra se non questa semplice e abusata densissima parola: poesia. Non edenico abbandono al manifestarsi coinvolgente della forma naturale, non solare godimento o raffinata sinestesia, ma sogno, sguardo trasfigurante, simbolico ed allusivo, stupita e stupefacente metamorfosi del dato percettivo, inscindibile dalla coscienza profonda del conflitto, delle lacerazioni della lotta che interna si gioca, istante dopo istante, nell'intrecciarsi e nel fluire lento, inesorabile, della morte della vita. … La riflessione di Savelli ha inizio dove il contenuto si stempera nella ricerca formale di un micro-universo narrante, là dove l'immagine si scioglie, si "abstrae" nel magma prezioso del colore, che nei quadri sembra conservare il ricordo dei migliori pensieri klimtiani sul paesaggio boschivo, o di certi impasti dorati del primo Kandinsky. Mai di mimesi si tratta, ma di una costante ricreazione eservitata su intimi processi organici, che attraversano la realtà di natura ... che della natura astraggono i più elementari principi geometrici, i primi vocaboli, quasi i platonici concetti, le composizioni di Savelli non dicono e non dichiarano mai; piuttosto suggeriscono, offrono l'iter vissuto della meditazione dell'artista come punto iniziale per il rilancio di un processo percettivo capace di innescare meccanismi di coinvolgimento emozionale ed onirico chiamati ad essere direttamente, concretamente partecipi dell'opera creata. ...

Marina De Stasio

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Galleria "La spirale", Novara, 1993

Guardando certe grandi tele recenti di Alessandro Savelli, si ha la sensazione di incontrare la pittura nel momento del suo farsi: la forma esce dal magma della materia, il distinto dall'indistinto, dal nero emerge il colore, sontuoso e lucente.
C'è la memoria di un paesaggio dietro l'emozione di un tramonto: gli eventi del giorno scorrono verso il silenzio, il tumulto del vivere si placa gradatamente.
... Il movimento è spesso orizzontale, l'andamento sinuoso della pennellata è il fiume del tempo, a volte c'è invece un moto ascensionale, come di vapori colorati che salendo si espandono. Resta, e forse si accentua, il senso del mistero, di un'immagine che sfugge quando si cerca di fissarla, che continuamente si afferma e si contraddice, resta il ribollire del colore, emotivo e gestuale, nato dalla consapevolezza anticipata di tutti gli effetti che il dripping o lo scorrere del pennello potranno produrre.
... In questa pittura drammatica e insieme festosa, ogni opera è frammento di un solo costante divenire, è un momento di una continua metamorfosi, di un susseguirsi di ascensioni e raffreddamenti. Lo splendore dell'oro, il fascino del rosa antico e del violetto, l'energia del rosso si accostano ad un nero che non è solo ombra, negazione, ma in qualche modo deve anch'esso emanare luce. ...

Angelo Baj

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Galleria "Artestudio", Milano, 1994.

… Forme e colori costituiscono dei suggerimenti: non vogliono quindi definire lo spazio ed il suo contenuto, ma piuttosto evocare, lanciando svariati messaggi e stimoli.
Qualcosa vien detto, molto di più rimane nascosto.
… I quadri di Savelli, in quanto suggerimenti, richiedono una attiva collaborazione da parte dello spettatore che pazientemente e serenamente deve perdersi nell'opera, lasciarsi suggestionare per assorbirla. Il godimento, che discende da queste opere, è graduale come è graduale è la scoperta degli elementi presenti. Lo spettatore crede di individuare qualcosa sulla tela e senza saperlo innesca un meccanismo di rimembranza, ove le forme stimolano il paesaggio che vive in ciascuno di noi.

Corrado Bagnoli

Tratto da catalogo mostra personale"Alessandro Savelli", Galleria "Silva", Seregno, 1996.

Si può descrivere un quadro? Si può, forse, raccontare la musica che in esso risuona. Lenti movimenti di nuvole nelle grandi tele, dove un tema sinuoso si slarga, sinfonico e maestoso, ampio orizzonte di un cuore dissepolto tra le cose. O un tema si accartoccia, s'avviluppa ad un esile filo, una maceria di senso tenace che chiede ed implora uno spazio tra i gorghi di suoni e i silenzi improvvisi del buio.
Tutto, però, su una pagina tutto abbracciato in un unico sguardo, a vincere la tragedia del tempo.
Così anche le piccole carte: poesie fatte di un soffio leggero, di una nota. A volte il singhiozzo di un oboe viola che si pavoneggia davanti alla schiera di azzurri violini; o la lacrima sorda di un violoncello che cade sui tasti di un pianoforte che imita il mondo. Di nuovo, tutto in uno sguardo. Ecco, forse è così: la musica che suona qui dentro, ci insegna a guardare.

Elisabetta Longari

Tratto da catalogo mostra"Alessandro Savelli", Galleria "Artestudio", Milano, 1999

... La linea dell'orizzonte divide il cielo dalla terra nella quasi totalità delle opere di Savelli. Sono paesaggi. Ma del paesaggio resta ben poco, giusto la linea dell'orizzonte, poiché la sua pittura non descrive, non dichiara, piuttosto capta, suggerisce, non ferma, lascia fluire. Non rappresenta determinati siti ma mette in scena le forze in gioco. La pittura nel suo farsi. Il cambiamento in atto.
... L'orizzonte non è un dato "oggettivo" bensì un prodotto del sistema percettivo: non è altro che il limite "cognitivo" dell'occhio. Savelli instancabilmente propone questa soglia come dispositivo pittorico atto a ricordare che ciò che vediamo non coincide con ciò che è realmente. Vuole ridimensionare, relativizzare la nostra esperienza del mondo, fare esplodere il dubbio e far nascere l'esigenza di una ricerca di verità più autentica di ciò che si vede ad "occhio nudo". Savelli sembrerebbe separare cielo e terra forse solo per sottolineare l'artificialità, l'arbitrarietà di quella separatezza, e per parlare di una separatezza più radicale: lo scarto tra il guardare e il saper vedere.
... Quella di Savelli è una pittura che mette a nudo la natura problematica della visione. Protagonista quindi non è il paesaggio, ma il movimento dello sguardo, le sue avventure, i suoi percorsi, il suo farsi percezione nell'avvenimento della pittura. Ma la visione è qualcosa di complesso, legata a fattori non soltanto puramente ottici. I poeti sanno che c'è un "occhio interiore", un organo costituito da più rarefatte zone del sé: memoria, intuizione, coscienza, inconscio ...
La visione è conoscenza.

Giovanni Cerri

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Galleria Cortina, Milano, 2000

All'amico Sandro,
questo giorno, questa sera, terra come nuvole, il cielo racconta una storia, oltre l'orizzonte, tramonto del cuore.
Basterebbero questi tuoi emblematici titoli, messi liberamente in forma poetica per illustrare ciò che fai.
Quante volte, infatti, incontrandoci siamo stati d'accordo nell'affermare che non bisognerebbe "spiegare" eccessivamente il lavoro di un artista, visto il rischio di incorrere in funamboliche quanto sterili interpretazioni.
… Se all'inizio degli anni '90 ero rimasto colpito e sorpreso dall'intensità dei colori e della luce immanente che si diffondeva nelle tue opere – una luce, però già da allora, "spirituale", che veniva da dentro per proiettarsi nella visione esterna – ho ammirato ancor più la tua successiva scelta, o forse è stata una necessaria conseguenza, di creare quegli spazi neri (un nero elaborato, prezioso e dotato di una sua luminosità) che hanno reso i tuoi quadri in un certo senso più "barocchi".

Marco Bugatti

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Galleria "Sargadelos", Milano, 2000.

Un pensiero, un solo pensiero, o meglio, una preoccupazione mi sorprende dovendo scrivere sull'opera di Alessandro Savelli: distanziare pacatamente, ma con piglio deciso la vena decorativa che corre su e giù per i quadri, attraversando e a tratti dirompendo gli orizzonti e le stratificazioni che da molti anni ormai costituiscono le sue immagini.
Una vena decorativa intendo che è anzitutto decoro, amore cioè per l'equilibrio e per la dignità di un linguaggio, la pittura, che è forma e colore. Questo aspetto che innerva il lavoro di Savelli come un'attenzione al "far bene", come una moralità dell'esecuzione, non fatico a credere occupi i suoi pensieri e governi il suo braccio che instancabilmente opera sulla tela o sulla carta, mantenendo inalterate nel tempo certe caratteristiche morfologiche e taluni connotati salienti intensamente umani e perciò scaturiti da un lavoro strenue e metodico.

Luigi Cavadini

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Galleria "La Loggia", Carona, Svizzera, 2002.

Una pittura che sa di materia. Anzi di materie. Perché in essa tutto sembra richiamare alla tattilità, tutto rimanda a memorie di contatti, di relazioni, di sostanze vissute e - perché no? - godute. Così i "paesaggi mentali" di Savelli sollecitano l'attenzione: "paesaggi", perché in essi sono riconoscibili più livelli di lettura, più superfici che di dispongono ora in orizzontale ora in verticale, perché rimandano a visioni che comunque hanno a che fare con il digradare degli spazi: "mentali", perché la visione e la percezione di spazi e luoghi è ormai lontana e l'elaborazione espressiva non fa che recuperare dal profondo sedimentazioni successive di immagini acquisite nel tempo che interagiscono e generano nuove suggestioni e nuove visioni, virtuali visioni, astratte visioni. ... In questo "gioco" le terre, i cieli e i mari vibrano, sollecitate dal trattamento e dalle sovrapposizioni dei colori, che non sono mai casuali, ma perfettamente calibrati dentro atmosfere che si mantengono sospese e aprono al fruitore spazi immensi di creatività. Le visioni di Savelli diventano infatti spunto, stimolo, incitamento a non fermarsi alla superficie ma a trovare il modo di andare oltre. ...

Claudio Rizzi

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Circolo Culturale "Seregn de la memoria", Seregno, 2002.

… Savelli assume l'immagine di un crociato, tutt'ora estremo e cavaliere solitario, immerso in un orizzonte disperso e diffuso, carico di luci spirituali e ombre dell'umanità, infido di insidie e fiero di fede. Il lavoro stesso di Savelli induce a imbracciare il galoppo della fantasia, a percorrere spazi di suggestione e immaginazione, vivere visioni che diverranno animate anche grazie al suggerimento vivace della vibratile materia adottata nel fare pittura.
… Così, compare un Alessandro errante, sguardo vigile e temperamento tenace, il sentimento sacrale della meta nella conservazione dei valori.
… Savelli dipinge il mondo. Interiore, inconscio, sognatore, estasiato: eppure un valore morale trapela seppur frenato dalla grande misura della dignità, quasi pudicizia, nel non mostrarsi tutto, nel conservare velo, schermo o corazza che sia. Un valore morale antico, o meglio d'altro tempo, allorché l'etica riconduceva alla filosofia e non alla retorica.

Stefano Crespi

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli - trent'anni - Dipinti 1974-2004", Villa Tittoni Traversi, Desio, 2004.

... Avverto, con percezione di immediatezza, tutto il movimento di un'immagine pittorica che è timbro, voce, distensione dei sensi e forma intellettiva: Alessandro Savelli (come l'ho incontrato nelle circostanze di questi anni) è un pittore di attenzioni, consapevolezze (che derivano anche dal curriculum di formazione e dei suoi studi). Nella visita al suo studio, in preparazione dell'esposizione, mi mostra via via i quadri come la frase, lo svolgimento di un diario che non ha bisogno di particolari suggerimenti a voce. Viene spontaneo citare l'esempio di Matisse che scriveva con duttile raffinatezza, ma affermava che per un pittore parlano i propri quadri. L'affermazione di Matisse è un paradosso. In effetti nelle parole degli artisti si ritrova quella condizione anche magmatica che suggerisce la figura originaria della loro immagine. Ho letto frammenti, note di studio di Alessandro Savelli dove subito si può intuire una scelta di espressione e di poetica. Ecco una citazione che è quasi uno scatto assiomatico: "La bellezza è una verità. E' atemporale". Ancora, in una annotazione, dice di intendere la pittura non come "discesa verso la discrezione", ma invece come "salita verso l'identificazione di una emozione visiva".
Siamo fuori da rimandi naturalistici, ma anche da situazioni storicistiche. Prevale nella riflessione di Savelli una concezione dell'arte come principio, ethos, armonia più segreta; come linguaggio dove le evidenze, i paesaggi, i moti del sentimento, le apparizioni del cuore si staccano dallo spazio degli oggetti, tendono a una visione, a un cielo di segnali, cifre, emblemi perduti. Una concezione del quadro che è silenzio della superficie mediatica, ed è dialogo con la tela, con i colori, con sè stessi, con quello che sta nascendo.
... Quasi con uno scrupolo ho cercato di mettere accanto i cataloghi di Alessandro Savelli , l'individualità irritornabile delle sue immagini con testi pittorici dove mi sembrava di ritrovare l'accento di un'intermittenza, di un'affinità. Ne esce ancora più significativa la comprensione dell'immagine di Alessandro Savelli proprio nel senso di una posizione artistica eccentrica, con una punta di aristocrazia. Quell'eccentricità che ieri non apparteneva né all'impressionismo né ai movimenti di avanguardia inizio Novecento; e oggi non può appartenere né alle propaggini informali nè alle diramazioni interpretative e linguistiche del concettuale. ... La pittura di Savelli si caratterizza con suggestione nella centralità di questa concezione espressiva. Con acutezza, nella lettura dell'oggi, Gillo Dorfles, uno studioso particolarmente attento alle avanguardie, ha parlato del "troppo pieno dei linguaggi" e dell'"intervallo perduto". Nelle esperienze dell'arte e della letteratura la notte è stata in un continuità infinita "Notte mistica", ebbrezza, Sehnsucht, struggimento dell'anima. La notte, nell'abolizione di tempo e spazio, diviene un'apertura dove si levano luci più intense, colori disperanti.
Nelle infinite sintassi dei linguaggi dell'oggi, la scelta di Savelli è per un discorso che nasce pittorico (come il poetico nasce metrico e non sintattico). Non l'immagine suscita il ritmo, la cadenza, il tempo; ma il ritmo, l'aura, l'oscurità e l'enigma naturale della notte generano l'immagine, la trama creativa in uno spazio e in un tempo fluttuanti. Là c'è la natura con i significati, la rappresentazione, i codici del giorno. Qui c'è la notte nel suo senso intraducibile. ...

Sabrina Arosio

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli - Notturni", Galleria Civica E. Mariani, Seregno, 2006.

Il nero è l'invisibile. Non l'assenza, ma la presenza invisibile. Interlocutore privilegiato che Alessandro Savelli ha scelto per questa sua mostra dedicata al cielo. Una visione personale che in realtà è introspezione e che dopo le grandi prove sub tela sui ritaglia uno spazio importante nella straordinaria semplicità e schiettezza delle carte. Guardare in alto, un cielo nero, magari privo di stelle può creare un senso di smarrimento, anche esistenziale. Ricercare le stelle significa voler trovare punti di riferimento. Ma in fondo a Savelli piace più sentirsi in balia del sentimento che non arrovellarsi nei meandri della pura razionalità.
… Nascono i Cieli neri di Alessandro Savelli, animati dal suo desiderio di essere pittore sopra ogni cosa, di poter dare colore all'infinitamente grande, a ciò che può perfino sembrare ostile, di raccontare in una ventina di tavole un sogno costituito da frames di alta poesia, come scatti di un cuore che palpita ebbro di vita. Lo stesso che solo a tratti abbozzato, incollato o semplicemente chiamato in causa, pulsa al centro di alcuni dei lavori in rassegna palesando la voglia dell'artista di penetrare i misteri della vita ogni giorno di più.
… I Cieli neri narrano esperienze profonde, dicono dei segreti di Savelli secondo cui la notte che non è mai oscura, ma lirica, culla per sguardi che bramano di correre da un punto all'altro della volta celeste, seguendo, come si denota nei lavori, l'intelligente sviluppo orizzontale dell'intervento creativo che di consuetudine attraversa le composizioni creando nuovi e possibili orizzonti. Ma le prospettive di lettura (e dunque le suggestioni) sono infinite, proprio come nello spazio che sfugge a tentativi maldestri di dimensionamento …
L'intenzione dell'artista, qui più che mai, è quella di ricreare pura emozione e di certo teorizzazioni forzose rischierebbero di snaturare l'intento originale, anziché renderlo più immediato. Una cosa è chiara: il sentire di chi ha sentito si manifesta solo a chi è capace di togliersi dalla spalle l'ermellino, e di porsi di fronte al percorso con un atteggiamento di assoluto ascolto e soprattutto senza temere la vertigine che prende quando l'occhio si lascia incantare dal passaggio netto dell'acquarello sui brani di carta fatta a mano o dallo spruzzo di materia stellare che percorre le direttrici del supporto. Solo in questo caso, infatti, solo con uno sguardo trasparente, la piena fruizione può essere assicurata.

Claudio Rizzi

Tratto da catalogo mostra personale "Sevidlam", Spazio Guicciardini, Milano, 2006.

… Il rigore della sua pittura collima con la naturalezza dei modi. I toni, nel dipinto come nella voce, non esasperano mai l'equilibrio modulato dalla spontaneità che determina coerenza di continuità tra l'uomo e l'artista.
All'indole riflessiva nell'annotazione come nella deduzione, corrisponde in pittura l'articolazione del territorio visionario, come se la sfera razionale governasse il mondo onirico e l'allusione del sogno si trasformasse in panorama.
La visione si traduce in immagine e si costella di dettagli come se il sogno domandasse il racconto. Eppure non si tratta mai di racconto ma di percezione suggestiva in grado di evocare dati concreti e universali tanto da divenire appetibili e riconoscibili in entità di comune appartenenza. La realtà della pittura si consolida sul fondamento astratto e induce alla persuasione di riferimenti realistici anche in presenza di pura sintassi evocativa.
Una citazione della memoria accende il processo della suggestione e comporta l'interpretazione veristica, o perlomeno verosimile, in forma di lettura possibilista. Si tratta di un esito, non di un fine. Savelli non opera per conseguire il risultato ma semplicemente per esprimere la propria pittura che emana da intima poetica. Quello che avviene poi, bene o male, tanto o poco, è pertinenza dell'osservatore. Non è nemmeno necessario che lo spettatore si ponga in sintonia con il sentimento dell'autore: è solo importante che il linguaggio azioni il meccanismo della lettura e produca una interrelazione soggettiva. Ognuno sarà libero di trascrivere una propria verità, proiettare singola emotività riacquistandone poi diritto e possesso, esercitare un percorso interiore sulla traccia dell'artista. Il concetto di evocazione non è perimetro esclusivo del pittore ma dinamica comune, assimilabile e coinvolgente, plurale e complementare. La suggestione appartiene ai meandri della mente, proviene dallo scrigno della memoria o dell'inconscio, anima la scrittura come la lettura, può risultare suggerimento e divenire assimilazione.
Lo spazio di influenza è assolutamente superiore all'area della descrizione e il limite si estende sempre più con l'avanzare del processo di autonomia.
Le coordinate esistono quali riferimenti di equilibrio ma non impongono una rigida definizione e determinano navigazione in libertà. … L'osservazione, quando dotata di capacità poetica, diviene contemplazione e percezione. Una forma di abbandono non estatico o passivo ma, anzi, estremamente dinamico nella tessitura di rapporti e concetti che condurranno dalla cosa all'infinito.
… Lo spazio diviene territorio connaturale e si tramuta in spazio esistenziale, dell'animo e del sogno, di memoria e fantastico, riferimento obiettivo e proiezione immaginaria.
… Come affiora nel recente ciclo di pittura, ove la visione di isole a costellazione determina la stesura di un oceano di luce nella navigazione del pensiero.

Felice Bonalumi

Tratto da catalogo mostra personale "Dialoghi cromatici", Galleria Lazzaro, Milano, 2006.

"La natura non è che un'ipotesi": Partiamo da questa affermazione di Raoul Dufy per avvicinare l'orizzonte artistico di Alessandro Savelli come pittore di paesaggio. Diciamo subito che il paesaggio è l'occasione, il dato visibile di un discorso che, attraverso il mezzo artistico, va oltre, approda a quello spazio indecifrabile che è tale in quanto non razionalizzabile e si affida alla cifra, ossia alla pluralità di significati, mai completamente esauriti ed esauribili.
Pittore di paesaggio: dunque, Savelli partecipa a quel movimento che, non ancora criticamente codificato, ha voluto mantenere la figurazione come parte integrante del fare artistico. Lo fa naturalmente in modo assolutamente personale e autonomo e, al pari di altri pittori, non si è limitato al paesaggismo quale sicuro punto di approdo, ma ha cercato e trovato una nuova dimensione, culturale ed artistica, del dipingere paesaggi.
Ci si può avvicinare a Savelli per quelle che appaiono come contraddizioni, a iniziare dalla destrutturazione della forma, che significa porsi davanti al paesaggio stesso non per accoglierlo con e come totalità dello sguardo, ma come ricerca di ciò che è essenziale, di ciò che come minimo concettuale permette al paesaggio di rimanere tale agli occhi del pittore e di chi guarda l'opera. Insomma, se il paesaggio è un insieme di forme, le forme non sono il paesaggio.
Eppure, singole forme naturali, riconoscibili e che si vogliono far riconoscere, nelle sue opere rimangono: una luna o una nuvola, sono sulla tela quale rispetto del codice comune, potremmo dire quale accettazione di stereotipi largamente diffusi e che fanno da tramite alla riconoscibilità.
Sia chiaro: queste figure non sono mai orpelli, decorazioni, magari barocche, non sono, insomma, un di più. Sono il dato esteriore, che si insinua nel gioco fra un tutto, che scompiglia il codice della comunicazione, e singole parti che "reggono" il codice.
Il paesaggio, quello "vero" per intenderci, sta allora sotto il detto o, meglio, il rappresentato in quanto riconoscibile. Dobbiamo insomma cercarlo altrove e su questo terreno Savelli compie una duplice operazione che ci dice anche quale strada personale abbia percorso.
… Sotto la forma c'è il colore, quale "anima" nascosta, ed è un sotto non in quanto geometrico gioco fra alto e basso, ma in quanto l'essenza della forma è il colore che dà, crea le forme. Al pitture il compito di tras-portare alla superficie ciò che è nascosto.
Savelli lo fa con campiture orizzontali e su questo terreno il richiamo alla grande esperienza tecnica dell'Espressionismo è quasi d'obbligo. Eppure c'è qualcosa in più: il cromatismo di Savelli non è evidente, cioè facile, ma accostamento di colori-significanti la dimensione cielo-terra nella molteplicità delle sfumature che l'occhio può percepire.
Qui il suo lavoro è di impareggiabile maestria e ad una attenta analisi potremmo anche concludere che il contrasto di colori è ciò che lo interessa. Contrasto che genera armonia, il cui fondamento sta nella scelta di un colore come guida della singola opera.

Guglielmo Gigliotti

Tratto da catalogo mostra collettiva "Timeless", Archivio centrale dello Stato, Roma, 2007.

La pittura di Alessandro Savelli fa bene.
Chiariamo: l'arte fa sempre bene, come la musica, la poesia, o una bella passeggiata, ma con Savelli abbiamo un caso evidente di benessere da pittura.
Il motivo sta nel fatto che Savelli dipinge porzioni di vastità. Il suo procedere per liquescenze e rarefazioni, che non sai se di deserto, di mare o di cielo, invitano a portare lo sguardo della mente ben al di là del più ampio formato dei dipinti. E' pittura che dilata se stessa e l'occhio che le si rivolge, che procede per zonature ampie e aperte, in cui il tempo pare bloccato, sospeso per sempre nella casa dello Spazio.
L'immenso è ciò che non è misurabile: da mens – mente, da cui deriva mensura – misura. Senza retorica, Savelli dipinge ipotesi di im-menso. Dilata, allarga, mette le ali ai limiti. Con ciò garantisce per ovvia conseguenza, lo smantellamento di ciò che angustia: da angustus – angusto, da cui deriva "angoscia", "ansia" o la parola tedesca "angst", paura. No, la pittura non si fa con gli etimi, ma essi possono servire a capire meglio perché l'arte di Savelli fa, come detto, bene. Il fatto è che si sta male solo perché applichiamo alla vita parametri troppo ristretti, con cui ci si illude di rimpicciolirla per governarla meglio. Per fortuna che c'è l'arte che assomiglia molto di più alla vita come veramente è, vasta, immensa. Dipingere è un modo di vivere in aderenza alla vita, è un atto di onestà nei suoi confronti, è un gesto etico di affermata libertà.

Alberto Veca

Tratto da catalogo mostra personale "Alessandro Savelli", Galleria Scoglio di Quarto, Milano 2007.

Nel 1525 Albrecht Durer, dopo una visione notturna, dipinge in un acquerello ora custodito al Kunst Historisches Museum di Vienna, un Diluvio dove il paesaggio è semplificato figuralmente e cromaticamente fra cielo e terra e una cascata d'acqua che, invadente nel cuore della composizione, più ridotta ai lati, congiunge le due zone.
La citazione, nasce dal discorrere intorno ai quadri di Alessandro Savelli nel suo studio, dove alle immagini si sono aggiunte parole, nomi, problemi: da quel contesto intorno al "paesaggio / visione" la memoria di quell'illustrazione "impossibile", nata dal mettere in gioco ribaltandole e ricomponendole – due termini importanti nel lavoro oggi dell'artista – le categorie illustrative ereditate dalla tradizione.
… E la composizione appare uno dei temi nevralgici del discorso, se vogliamo disciplinata dal soggetto referente con cui queste note hanno preso inizio: l'esperienza del paesaggio, quando non si tratti di una sua replica oleografica – mai in questo caso non si tratterebbe di "esperienza" – è un interrogarsi sul proprio "esserci" su un piano d'appoggio e uno sguardo che delimita, soggettivamente, un vicino / lontano, un limite dell'orizzonte, e un alzato che acquista le caratteristiche dell'infinito. … Come se la profondità di un "infinito" di cui si coglie un frammento – il quadro inteso come "porzione" di un continuo senza limiti – si traducesse nella stratificazione sulla tela di diverse stesure, coprenti o trasparenti, come fossero quinte abili a velare o a far trasparire ciò che è su un fondo dai confini incerti.
… Sul dato costante dell'antitesi fra terra e cielo, comune alla riflessione sul paesaggio, si innesta una variabile determinante la successione in cicli dell'operare dell'artista, quella della variabilità del nostro percepire fuori dalla finestra in funzione dell'ora e della stagione: il tema della ciclicità, della durata delle cose, e del nostro diverso percepirle, appartiene all'esperienza dell'arte moderna, quando la percezione del reale è diventata protagonista rispetto al reale stesso, letto con una concettualità avulsa da un'esperienza diretta, e la stagionalità, nella sua memoria del ciclo indica un tempo l'operare dell'uomo, il suo diverso percepire ciò che lo circonda, anche la presunzione di poterne rileggere i segni.

Gianluigi Castelli

Tratto da catalogo mostra "Immaginare la realtà", Corte Valenti, Garbagnate Milanese, 2009

… Si dice che ogni persona è un'isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo si, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è (Josè Saramago). E questo silenzio inonda le colate cromatiche di Savelli, instancabile viaggiatore di luoghi al confine tra realtà e immaginazione, dove memoria e presente si intrecciano e si confondono, dove dì e notte si alternano rapidamente per far emergere frammenti, appunti di viaggio densi di profumi e spazi che rimandano al libro delle "Mille e una notte"… in esso sembra essere cifrato (e così per l'opera di Savelli) il concetto di Oriente, questa strana parola che abbraccia tante e tanto diseguali regioni, dal Marocco alle Isole del Giappone. … Ma sono gli azzurri che, in particolare riempiono i miei occhi, azzurri che evocano e che mi fanno volare dentro il Cielo d'Oriente, in quell'ora serale dove la luce sta per lasciare il posto al buio e ai sogni infranti e possibili … in quell'ora serale dove il corpo rilassa i muscoli e il torpore permette alla mente di uscire libera e toccare spazi mai percorsi. Non per caso i sogni e i miti d'origine hanno un comune fondamento, nelle società arcaiche, al punto da interferire vicendevolmente secondo processi di accumulazione e identificazione: in particolare, per gli aborigeni australiani, il potere del sogno estende la sua forza sugli atti creativi, il sogno ispira ogni nuovo canto. Il nero della notte piano piano avanza e cancella l'azzurro, per far posto alla luce vivida della Luna … E' il tempo del silenzio, è il tempo in cui ci si può specchiare nella propria anima per meditare lo stupore del vivere, giù, in fondo, fino alle radici.

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O. Soiatti, R. De Grada, A. Ciacagli,G. Chiesa, L. Bianco, G. Mascherpa, C. Fumagalli, P. Colacitti, C. Chirici, N.Bagarotti, R. Tommasina, A. Crespi, C. Strano, L. Dose, E. Mastrolonardo, P. Bellini, M. Colusso, F. Canali, C. Belloni, P. Bertazzini, A. Currà, C. Mauri, V. Saino, L. Tommasi, A. Saggiano, V. Sciarretta, S. Balicco, R.Moroni, E. De Paoli, L. Papa, L. Ghio, D. Angeleri, C. Olivieri, M. Affanni, D. Collovini, M. Arduino, V.Guarracino, F. Gualdoni, C. Bollino – Bossi, C. De Carli, M. Galbiati, L. Giudici, P. Marelli, S. Bartolena,